Le più recenti impostazioni teoriche in materia di gestione di impresa affermano che il criterio guida nelle scelte del management dovrebbe essere la massimizzazione del valore per gli azionisti.
Quale ritiene sia il vantaggio di una gestione di impresa orientata al valore?
Fino a che punto tali principi teorici sono concretamente applicati e applicabili nelle realtà aziendali moderne e favoriscono un effettivo miglioramento della qualità della gestione?


Il tema della creazione di valore, diffusosi in particolare verso la fine degli anni ’90, è indubbiamente divenuto il driver fondamentale per le aziende che intendono attrarre nuovi investitori e soddisfare maggiormente i soci già presenti nel capitale.
Per capirne però i vantaggi è bene definire con precisione cosa si intende per creazione di valore. Questo principio è da inquadrarsi in quel mix di valori qualitativi e quantitativi tali da indurre il management a preferire una gestione d’azienda orientata verso un tracciato di sviluppo sostenibile inserito, giocoforza, all’interno del contesto di riferimento in cui l’azienda stessa opera.
Quell’insieme, per intenderci, di regole, come la Corporate Governance ma non solo, e azioni atte a perseguire il fine dell’oggetto sociale che si concretizza con la massimizzazione del profitto: non più inteso come utile netto riveniente dalla gestione caratteristica d’impresa, ma come capacità prospettica dell’impresa di generare cassa, sempre nel quadro della sua gestione corrente.
Se così fosse, i vantaggi sarebbero notevoli, ovvero si traslerebbe da una logica di tipo reddituale a una logica di tipo finanziario, permettendo una gestione dinamica della realtà aziendale. Più in pratica l’attenzione si pone d’ora in anzi su quei fenomeni che si trovano all’origine dei flussi di cassa, in grado cioè di influenzare la posizione finanziaria netta dell’azienda, tipicamente il saldo netto tra attività e passività finanziarie.    
Il quadro normativo di riferimento è però, ad oggi, poco incisivo e frammentato, rendendo nella pratica tali principi di difficile attuazione.
La reportistica obbligatoria cui le società quotate sono soggette si basa ancora sulla logica “vecchio stile” precedentemente illustrata, inficiando l’influenza che questa potrebbe avere nei confronti del top management nel guidare l’impresa con maggior dinamicità.
In un mercato ormai globale, una spinta potrebbe venire dai benchmark (indici) cui i gestori fanno riferimento, ma anche qui il problema si risolve solo in parte, un po’ perché manca sensibilità da parte dei manager nel riconoscere questi indici come suggeritori di valori guida e un po’ perché questi stessi valori dovrebbero essere fatti propri dal legislatore rendendoli di fatto obbligatori, adattandoli ovviamente al contesto di riferimento.
I principi dello IASC comunque, ai quali le società quotate dovranno a breve adeguarsi, saranno un importante punto di partenza, non solo in termini di trasparenza informativa, ma anche e soprattutto in considerazione del fatto che indurranno il management verso una maggior percettibilità circa quelle variabili fondamentali che stanno alla base della creazione del valore.

Borsa Italiana afferma che “l’informazione di qualità, esaustiva, tempestiva e continuativa, veicolata attraverso i canali più efficaci, crea valore per l’azienda”. La trasparenza presuppone un dialogo continuo con il mercato orientato alla diffusione del valore aziendale. Qual è il ruolo della comunicazione economico-finanziaria nel processo di creazione dello Shareholder Value?
Lei ritiene che una comunicazione efficace e trasparente orientata al valore sia indispensabile affinché il maggior valore economico creato venga apprezzato dal mercato finanziario e si rifletta quindi nei prezzi di borsa?

E’ stato detto che una notizia non riportata è un fatto che non esiste.
Peggio ancora, mi permetto di aggiungere, una notizia mal riportata potrebbe avere drammatiche ripercussioni sulla percezione di un fatto rilevante, demolendo gli sforzi atti a valorizzare l’attività aziendale.
E’ implicito, in questo assunto, che la comunicazione economico-finanziaria assume un ruolo chiave all’interno della vita d’azienda e come tale va inquadrata e gestita secondo corretti principi etici.
In attività quali la comunicazione e in particolare quella finanziaria, assume un’importanza fondamentale il mezzo mediatico scelto come canale di trasmissione. Detti strumenti devono avere caratteristiche di immediatezza, velocità, sicurezza, qualità fondamentali per la buona efficienza ed efficacia comunicativa.
Non bisogna dimenticare che, parlando di comunicazione finanziaria relativamente a società quotate, le notizie, e la tempestività con le quali vengono diffuse, sono strettamente correlate all’andamento della quotazione del titolo; ne consegue che in un mercato sempre più interrelato e caratterizzato da ingenti spostamenti di masse di capitali si rende necessario essere quanto più precisi e rapidi possibili onde evitare che altri canali, meno ufficiali, possano riportare la notizia in maniera distorta screditando la catena di trasmissione di valore.
La comunicazione economica, per assolvere appieno il suo scopo, dovrebbe inoltre avere caratteristiche di biunivocità: il mercato da un lato e l’azienda dall’altro dovrebbero recepire quelle che sono le variabili (e le costanti) alla base della creazione del valore. Minimizzando così le asimmetrie informative, si può ritenere con ragionevolezza che il prezzo di borsa esprimerebbe, in maniera più veritiera, il reale valore dell’impresa.   

Parlando di comunicazione e valore non si può prescindere dal soggetto che nella catena del valore dell’informativa finanziaria svolge un ruolo rilevante, l’IRM. Come si è evoluta questa figura in termini di professionalità e competenze e che ruolo strategico può ricoprire nel processo di creazione e diffusione del valore di impresa?

L’Investor Relations Manager è una figura relativamente recente nella business community italiana. Fino a poco tempo addietro il compito di relazionarsi con gli analisti e gli investitori finanziari era affidato in gran parte all’Amministratore Delegato o al Direttore Finanziario che gestivano questi rapporti, a causa del loro poco tempo disponibile, in maniera discontinua e svincolata da un’attività di marketing sottostante. Questo non significa che l’IRM è un “venditore” di azioni, ma è indiscutibile che tra i suoi compiti ci sia anche quello di salvaguardare l’immagine del Gruppo e tenerne alta la fiducia da parte del mercato finanziario.
L’evoluzione della borsa prima, con la crescente necessità di dover competere nel mercato dei capitali e la normativa di riferimento poi, hanno portato le aziende a sentire l’esigenza di delegare le relazioni economico-finanziarie a un professionista, che di concerto col top management, ma in maniera autonoma, si occupasse di seguire le attività connesse con lo status di quotata della società.
Si è venuta quindi delineando una nuova figura professionale che racchiudesse in sé competenze economiche e competenze relazionali tali da essere in grado di interagire con la crescente attenzione da parte della comunità finanziaria, fattasi via via più vigile e articolata, coerentemente con le maggiori esigenze informative imposte dall’esterno.
E’ indubbio che l’IRM svolge un ruolo attivo all’interno di questo ciclo, riportando ai manager quei driver che il mercato riconosce come premianti per il valore d’impresa e riversandoli successivamente sul mercato una volta che l’azienda li ha fatti suoi e perseguiti.
Un Professional dunque, in grado di elaborare le informazioni per l’esterno e dall’esterno, in una sorta di dialogo continuo e costruttivo con la comunità finanziaria.
Manca ancora, in verità, una visione più nitida del potenziale che potrebbe apportare questa figura all’interno della vita societaria, come per esempio avviene per le realtà anglosassoni e statunitensi, conseguenza della loro maggior evoluzione. Nello stesso tempo, sono fiducioso che l’accresciuta consapevolezza, unita alla necessità delle nostre aziende di essere apprezzate anche dai soggetti terzi, non possa che incentivare un’ulteriore legittimazione dell’IRM all’interno e all’esterno del suo ambito professionale.

IR TOP intervisa Stefano Gasparini, IRM HdP