La ricchezza e la crescita nell’economia di oggi dipendono soprattutto delle risorse intangibili (intellettuali). Gli asset tangibili e finanziari stanno rapidamente diventando commodities, in grado di produrre al massimo un moderato ritorno sull’investimento. Profitti straordinari e posizioni competitive dominanti sono ottenibili solo con l’uso intelligente delle risorse intangibili.

Che cosa sono le risorse intangibili?
Un bene patrimoniale immateriale contribuisce a generare reddito futuro senza tuttavia avere un aspetto fisico o finanziario e, pur essendo privo di un’entità materiale o sensibile, è dotato di un contenuto patrimoniale.
Patrimonio di conoscenza presso gli economisti e capitale intellettuale nei testi di management, le risorse immateriali ed intangibili si riferiscono alla produzione non fisica di un reddito futuro. Quando questa produzione è garantita dalla legge, quindi protetta, ci si riferisce al bene come proprietà intellettuale.
Esistono tre famiglie di risorse intangibili, distinte a seconda del rapporto che hanno con il loro generatore: le innovazioni, le pratiche organizzative e le risorse umane.

Perché si è recentemente originato un così forte interesse a riguardo degli Intangibles?
Le risorse intangibili esistono da sempre nelle attività produttive. L’importanza che hanno però acquisito negli ultimi anni è il frutto della convergenza di due forze determinanti: i radicali cambiamenti strutturali delle imprese e le profonde innovazioni informatiche e tecnologiche. La prima è costituita dalla maggiore concorrenza cui sono sottoposte le aziende, determinata dalla globalizzazione dei commerci e dalla deregulation in settori economici chiave. La seconda è l’avvento delle tecnologie informatiche, il cui ultimo esempio è internet.

Chi deve occuparsi delle risorse intangibili?
I beni intangibili sono diversi dagli asset fisici e finanziari. I sistemi manageriali e normativi si adattano con lentezza a questa differenza, provocando ampie conseguenze negative sia private che collettive, che dovrebbero preoccupare manager, investitori e autorità politiche. Un dibattito produttivo sulle risorse intangibili si deve basare su un’analisi approfondita della loro struttura economica, sulla comprensione degli stimoli e degli atteggiamenti degli attori protagonisti e su un’attenta documentazione fattuale delle conseguenze economiche avute dall’ascesa degli Intangibles.
Il vero problema è legato alle insufficienze contabili e di reporting ancora oggi esistenti nella rappresentazione degli investimenti intangibili. Tali carenze producono conseguenze negative non solo per gli interlocutori esterni delle imprese (investitori e autorità regolatrici dei mercati dei capitali), afflitti da forti e persistenti asimmetrie informative, bensì anche per gli stessi manager e azionisti di maggioranza: è dimostrato che gli investimenti in risorse intangibili vanno di pari passo con un costo sproporzionato del capitale, che penalizza gli investimenti e la crescita. A dirigenti e investitori perciò dovrebbero interessare i meccanismi che servono a ridurli. Altri soggetti che necessariamente sono coinvolti nella risoluzione della suddetta problematica sono le autorità che stabiliscono gli standard contabili e il legislatore.

La struttura economica delle risorse intangibili
I beni intangibili, come ogni altro asset fisico o finanziario, sono soggetti alle elementari leggi economiche dell’equilibrio tra benefici e costi. Tra i primi: la non-concorrenzialità, la scalabilità, l’effetto rete e la tendenza a ritorni crescenti.
Con riferimento alla non-concorrenzialità, si osserva che mentre gli asset fisici, umani e finanziari sono tra loro concorrenti, poiché, trattandosi di asset per loro natura a disponibilità limitata, le applicazioni che intendono usufruire dei loro servizi si trovano in competizione, gli asset intangibili al contrario, di solito sono non concorrenti. Questi ultimi possono essere impiegati simultaneamente in molteplici applicazioni ciascuna delle quali non limita l’utilizzo che il bene ha per le altre. A parte l’investimento iniziale, molti fattori immateriali hanno un costo d’opportunità pari a zero. Un fattore largamente determinante per la non concorrenzialità è il fatto che, generalmente caratterizzati da imponenti costi fissi e da esigui costi marginali, gli investimenti in risorse intangibili non sono soggetti ai ritorni decrescenti tipici degli asset fisici.
Le risorse intangibili sono, inoltre, caratterizzate spesso da ritorni di scala crescenti. L’utilità delle idee, della conoscenza e della ricerca incorporate in un nuovo prodotto non è limitata dai ritorni di scala decrescenti tipici degli asset fisici. Laddove sugli asset fisici e finanziari si può fare conto solo fino a un certo punto, determinato dallo sfruttamento delle economie di scala e di dimensione, l’effetto leva delle risorse intangibili nella creazione di vantaggi – la loro scalabilità – è limitato di solito solo dall’ampiezza del mercato.
Altro elemento che può caratterizzare in positivo gli Intangibles è l’effetto rete. L’effetto rete esiste in genere in quei mercati in cui si formano reti di utilizzatori. La regola economica delle reti si può riassumere in poche parole: i vantaggi dell’appartenenza a una rete aumentano con l’aumentare delle dimensioni della stessa. Ciò genera un feed-back positivo: un successo ne genera un altro e perciò una tecnologia in grado di conquistare un vantaggio competitivo iniziale, anche minimo, può diffondersi in fretta e assumere il controllo del mercato, giacché gli utenti scelgono le soluzioni che prevedibilmente avranno il sopravvento (diventare lo standard di riferimento). L’effetto rete è un segno distintivo dei settori a tecnologie avanzate, basati sull’informazione. Le reti sempre più si caratterizzano per avere al loro centro beni intangibili connessi a i prodotti (prodotti e servizi esclusivi, protetti da diritti di proprietà intellettuale) e alla periferia beni intangibili connessi alle alleanze. Con sempre maggiore frequenza al centro di una rete si trova un’innovazione che è stata poi sviluppata e trasformata in un prodotto o servizio e per la quale i diritti di proprietà sono garantiti da brevetti, marchi o da un nome forte (terna idea-prodotto-controllo).
Ovviamente, ci sono anche dei limiti che ostacolano l’utilizzo e lo sviluppo delle risorse intangibili e che possono indurre distruzione di valore. Si citano: l’escludibilità parziale (spillover, diritti di proprietà incerta, contrasto tra ritorni privati e collettivi), rischio intrinseco (costi non recuperabili, distruzione creatrice, condivisione del rischio) non commerciabilità (problemi contrattuali, costi marginali trascurabili, informazioni asimmetriche).
In ogni caso, va rilevato che le numerose ricerche empiriche condotte hanno accertato l’esistenza di forti legami tra gli investimenti in Intangibles e il valore delle performance delle aziende. La misurazione e la gestione dei suddetti input produttivi è quindi cruciale per un’azienda: i manager e gli investitori possono usare svariati indicatori quantitativi di specifiche risorse intangibili per verificare il valore dell’azienda (importo investimenti in R&S, valore dei marchi e dei brevetti, costi di acquisizione dei clienti, valore del capitale umano impiegato nell’area scientifica). Ad oggi però se è relativamente facile ottenere informazioni su brevetti e sulla R&S, scarsissime sono invece le informazioni disponibili sulle risorse umane.
Vi è dunque una netta distinzione di trattamento contabile tra gli investimenti fisici e gli investimenti immateriali: mentre i primi vengono considerati asset e sono riportati (insieme agli investimenti finanziari, come le azioni e le obbligazioni) nello stato patrimoniale delle aziende, i secondi vengono generalmente esposti nel conto profitti e perdite, insieme alle spese correnti quali i salari, gli affitti e gli interessi. Tale situazione contribuisce significativamente a generare asimmetria informativa sul mercato, che a sua volta produce numerose conseguenze indesiderate: il mispricing sistematico delle azioni; il costo elevato del capitale; i guadagni eccessivi generati dall’insider trading.
I rimedi proposti spaziano dall’invitare le aziende a fornire maggiori informazioni sugli asset immateriali, al suggerire delle modifiche al sistema codificato di contabilità e reporting.
Va rilevato che la distinzione tra il trattamento contabile degli asset tangibili e degli asset intangibili trae origine dalle obiettive differenze tra le due categorie di investimenti. Pur potendo giustificare l’applicazione di regole contabili specifiche (come l’obbligo di spesare annualmente i costi di formazione del personale), questa caratteristiche non giustificano in alcun modo la mancata fornitura agli investitori delle informazioni essenziali sugli Intangibles. La difficoltà di misurazione e di valutazione che caratterizzano gli asset immateriali non dovrebbero fornire la scusa per coprire delle informazioni rilevanti su di essi.
Gli attori principali dell’arena informativa – manager, auditor e analisti finanziari – si trovano generalmente a loro agio con l’attuale clima di “segretezza” in tema di Intangibles. La spesatura immediata dei costi di R&S (sostenuti direttamente o ereditati tramite un’acquisizione), ad esempio, è una ricetta per far lievitare la crescita e gli utili dichiarati. Inoltre riduce l’esposizione politica e legale del management. In questo quadro, ci vorrà ben altro che qualche appello alla trasparenza informativa e all’introduzione di un periodo sperimentale per ottenere un cambiamento significativo nell’ambiente informativo. I dati sulle conseguenze negative, sia individuali che sociali, della mancata trasparenza informativa sugli intangibles si vanno accumulando rapidamente. Dal costo eccessivo del capitale, alla manipolazione delle informazioni finanziarie, ai guadagni abnormi degli insider, è ormai dimostrato che delle asimmetrie rilevanti producono dei grossi danni, sia sul piano individuale che sul piano sociale. C’è dunque una base scientifica dietro la richiesta di un miglioramento sostanziale nella trasparenza informativa in materia d’Intangibles.
La chiave per ottenere un miglioramento sostanziale nella trasparenza informativa riguardo agli Intangibles, sia all’interno delle imprese che nei mercati dei capitali, è la costruzione di una struttura informativa completa e coerente, in grado di focalizzarsi sull’elemento essenziale – il processo di creazione di valore messo in atto dall’impresa – e di riflettere correttamente il ruolo degli Intangibles.
Va bene concentrarsi su quelle informazioni la cui divulgazione giova alla funzionalità; ma è ugualmente importante chiarire quali sono le informazioni che non servono a questo scopo. In particolare, non si dovrebbe chiedere ai manager di comunicare il valore degli Intangibles. E’ meglio lasciare la determinazione del valore degli asset e dell’impresa a degli osservatori esterni, come gli analisti finanziari.
A mio avviso, l’unica soluzione a disposizione degli organi politici per indurre la divulgazione d’informazioni significative sugli intangibles è creare uno standard informativo esauriente. Degli standard dedicati al processo di innovazione delle imprese e concentrate sugli investimenti intangibili che danno vita al processo, indurrà una maggior numero d’aziende a fornire informazioni utili e nuove, sia all’interno che all’esterno.
Accanto all’esigenza di stimolare la comunicazione spontanea d’informazioni significative sugli Intangibles, c’è l’urgente necessità di modificare i sistemi attuali di contabilità e di reporting. Il cambiamento che propongo si impernia sua una considerevole estensione delle regole vigenti in materia di qualificazione contabile degli asset, in modo da includere nella predetta categoria anche Intangibles che hanno raggiunto la fattibilità tecnologica e presentano dei benefici attribuibili.

Conclusioni
Il cambiamento che sta venendo alla ribalta è costituito dall’urgente necessità di ottenere una piena comprensione del ruolo esercitato dal capitale intangibile – insieme agli asset tangibili e finanziari – nel processo di creazione del valore da parte delle imprese; di migliorare i processi manageriali per affrontare adeguatamente i problemi specifici posti dagli asset immateriali – travaso dei benefici (escludibilità paraziale), rischio elevato e non commerciabilità – e di sviluppare degli strumenti di misurazione e di valutazione, sia per i manager che per gli investitori, in grado di rispondere alla sfida principale descritta da Paul Krugman: “L’intangibilità degli asset più importanti di cui dispone un’azienda rende estremamente difficile capire quale sia il suo valore effettivo”.
Negli anni ’90, quando l’economia era in piena espansione e i mercati dei capitali giravano a pieno regime, si potevano tollerare, almeno per un certo periodo, dei modelli di misurazione e di valutazione alquanto rozzi e delle politiche meramente imitative. La velocità e l’agilità erano le armi vincenti. Oggi che l’economia cresce lentamente e che i mercati dei capitali ristagnano, si richiede ai manager un’attenzione spasmodica all’allocazione delle risorse aziendali, e agli investitori un’approfondita analisi dei titoli.
In particolare, i manager dovrebbero sviluppare la capacità di valutare il ritorno atteso dall’investimento in R&S, in formazione del personale, in informatica, in consolidamento della marca, in attività online e negli altri Intangibles e di confrontare questi ritorni con quelli generati dall’investimento fisico, nel tentativo di realizzare l’allocazione ottimale delle risorse aziendali. I manager dovrebbero anche monitorare in continuazione l’efficienza con cui vengono impiegati gli asset intangibili. La concessione in uso delle licenze e del know-how, ad esempio, non costituisce una priorità elevata quando gli utili sono cospicui e la velocità di accesso al mercato è cruciale, ma diventa una fonte importante di reddito nei periodi di bassa crescita.
Lo stesso dicasi per quanto riguarda le pratiche di gestione delle risorse umane, come la retribuzione incentivante, una formazione accurata e i benefit individualizzati, che richiedono un’attenta pianificazione e un’ approfondita valutazione dei relativi benefici, specie quando le cose vanno male. Oggi come oggi, sono pochissime le imprese che possiedono le informazioni e gli strumenti di monitoraggio che occorrono per una gestione efficace degli Intangibles.
Quanto ai mercati dei capitali, un’analisi superficiale dell’investimento, imperniata sostanzialmente sugli utili di breve termine, non basterà più in un mercato volatile ma generalmente piatto. I rozzi modelli di valutazione usati attualmente da quasi tutti gli analisti non sono in grado di fornire dei segnali precoci sui problemi che si profilano all’orizzonte, e dovranno essere sostituiti da un’analisi approfondita sul modello di business seguito dall’azienda, con un occhio particolare alla sua capacità di apprendere, d’innovare e di trarre i massimi benefici dai prodotti e dai servizi.
Una continua valutazione dell’impiego che fanno i manager delle risorse tangibili e intangibili dovrà precedere e supportare la previsione corrente degli utili trimestrali.
In sintesi, si può affermare che, in un ambiente economico complesso e instabile come quello odierno, dove i mercati dei capitali “non perdonano”, emerge con sempre maggiore enfasi l’imperativo di una maggiore attenzione agli Intangibles, che rappresentano i driver principali di valore e di crescita per l’azienda.

Sintesi da “Intangibles” di Baruch Lev, edizione italiana Etas, gennaio 2003