Il Governo, le Istituzioni locali, gli Investitori Istituzionali, soprattutto stranieri, si occupano da qualche tempo con sempre maggiore interesse del tema degli “Investimenti Socialmente Responsabili”. Sempre più numerose sono inoltre le iniziative di approfondimento e formazione sui temi dei fondi etici e dell’Etica nella Finanza. Come rispondono le imprese italiane ai suddetti stimoli e quale grado di sensibilità hanno raggiunto verso questi temi?

Mi sembra di poter dire che in Italia il tema dell’Etica nella Finanza sia un tema “importato”. Intendo dire che gli scandali che hanno investito grandi società statunitensi hanno in qualche modo obbligato ad una riflessione su questi temi, senza un’adeguata elaborazione culturale sull’argomento. Per quanto riguarda la mia esperienza diretta, posso dire che nella nostra zona di origine il tema è veramente agli ultimi posti in un’ipotetica scala di priorità. Diverso, seppur con molti distinguo, è l’approccio al problema da parte delle società quotate, dove la reputazione è un asset intangibile importante. Qui qualcosa si sta movendo: qualche società ha dato particolare enfasi alla corporate governance, qualche altra si è concentrata sul tema della valorizzazione dei beni immateriali, altre hanno pensato alla redazione di un codice etico, altre ancora hanno iniziato ad elaborare dei bilanci ambientali (quelle che hanno fatto questa scelta sono le più grandi inquinatrici del Paese), e probabilmente la risposta più diffusa è stato il bilancio sociale. Noi abbiamo iniziato a redigere il bilancio sociale nel 2001 ma la decisione era stata presa a metà 2000, anche su sollecitazione di alcuni fondi inglesi. Vorrei sottolineare una cosa importante: Sabaf era un’azienda socialmente responsabile prima di sapere il significato di questi termini (nel senso che non inquinavamo, non violavamo nessun tipo di legge, fiscale o contributiva, ed era ben nota la nostra correttezza negoziale): quindi la redazione del bilancio sociale non è stata solo uno strumento di comunicazione, ma l’effettiva rendicontazione di una gestione responsabile. Purtroppo, quando un argomento diventa di moda, diventa difficile distinguere chi compie determinate scelte perché mosso da convinzioni profonde da chi vuole catturare invece la benevolenza altrui. Aggiungo anche che il mondo accademico si è lanciato su questo tema, anche qui senza un’adeguata preparazione. Paradossalmente, nei numerosi incontri a cui ho partecipato nelle Università italiane per presentare il bilancio sociale di Sabaf, ho riscontrato un grado di altissima attenzione da parte degli studenti, i quali tutti indistintamente (da Torino a Catania) danno per scontato che l’impresa sia un bene sociale. Peccato che gli imprenditori non lo sappiano……

 

 

Il Ministro del Lavoro Maroni ha affermato: “Credo che se investitori importanti cominceranno a gestire i loro portafogli premiando le imprese più serie, trasparenti e socialmente responsabili nei confronti degli stakeholders, ed evitando quelle che non offrono garanzie di credibilità, l’atteggiamento di tutti gli operatori sarà più attento verso i valori sociali…”.

 

Cosa significa per un’impresa, e nello specifico per Sabaf, essere socialmente responsabile?

Per come la intendiamo noi in Sabaf, la responsabilità sociale è un progetto d’impresa che si fonda su relazioni chiare e trasparenti con i nostri stakeholders, nel rispetto delle aspettative legittime di ognuno di loro e di comuni valori condivisi. Un’impresa socialmente responsabile è quella che si interroga sullo sviluppo sostenibile delle sue scelte, e interrogandosi su questo tema, pone in atto delle scelte di gestione che, basandosi su valori fondanti, massimizzino il valore nel lungo periodo.

 

Nel 2001 Sabaf ha presentato il suo primo bilancio sociale, quali sono le principali motivazioni alla base di questa iniziativa e che costi e che benefici si erano preventivati? Quali riscontri effettivi sono stati ottenuti dal mercato?

L’idea del bilancio sociale nasce come ho già detto anche su sollecitazione di fondi di investimento che, sentita la nostra storia, si stupivano quasi del fatto che noi non redigevamo il bilancio sociale. In realtà, da tempo anche noi ci interrogavamo su come “rendicontare” la qualità della nostra impresa, al di là evidentemente del bilancio vero e proprio. Devo dire che onestamente non abbiamo fatto un’analisi costi-benefici di questa iniziativa, proprio perché abbiamo considerato la redazione del bilancio sociale un passaggio in un certo senso obbligato della vita in Sabaf, così come in passato lo era stato la delega operativa ai manager e successivamente la quotazione. Vorrei dire che certamente ci aspettavamo una crescita della considerazione esterna di Sabaf, ma non eravamo a conoscenza del formidabile strumento di coesione interna che il bilancio sociale rappresenta. Mi piace citare una frase di Adriano Olivetti: “Bisogna dare consapevolezza di fini al lavoro”. Ecco, penso di poter dire che il bilancio sociale dà consapevolezza di fini, e la nostra sfida adesso è far arrivare questo messaggio a tutti i nostri 500 dipendenti.

 

 

Quali vantaggi comporta l’ingresso di Fondi etici nel capitale di una società quotata?

Nella nostra compagine societaria non sono ancora entrati, che io sappia, Fondi etici. Da questo punto di vista, il mercato italiano è veramente agli albori. So che quasi tutti i Fondi etici italiani azionari hanno come target solo società con un livello di capitalizzazione ben al di sopra di Sabaf. Spero che nascano dei Fondi etici specializzati in medium e small caps. Valuterei in maniera estremamente positiva l’ingresso di un fondo di questo tipo nel capitale di Sabaf, per la ricaduta immediata in termini d’immagine e perché sono portato a credere che un fondo etico avrebbe un orizzonte temporale di investimento di medio-lungo periodo.

 

IR TOP ha intervistato Alberto Bartoli, C.F.O. di SABAF