Sul filo di lana o con largo anticipo. Nella versione più semplice o più complessa. L’attuazione dei principi di Basilea 2 non è uniforme tra le banche italiane. Rispetto alle procedure, ai tempi e alle risorse, ma non solo.

La quarta indagine annuale di Kpmg, condotta nei mesi di aprile e maggio tra 303 istituzioni finanziarie in 39 Paesi, evidenzia un ritardo diffuso: il 90% degli istituti ha avviato progetti relativi a Basilea 2, ma il 50% è ancora nella fase di valutazione preliminare. I dati peggiorano quando si parla di risk management: meno del 20% delle banche interpellate ha avviato le procedure per il rischio di credito, e meno del 10% quelle per i rischi operativi.

Del campione preso in esame fanno parte i dodici maggiori istituti bancari italiani e, anche se i risultati della ricerca sono suddivisi solo per aree continentali, è possibile commentare la situazione del nostro Paese.

«Un paio d’anni fa, tutti nel sistema bancario italiano volevano raggiungere l’obiettivo più ambizioso entro il 2007», spiega Fabiano Gobbo, responsabile Financial Services Kpmg Bas. Oggi, invece, sono diversi gli istituti che hanno optato per un modello meno sofisticato, rinviando l’adozione di regole più articolate.

«Le banche più piccole sono avvantaggiate – commenta Gobbo -, perché di solito hanno una gestione accentrata e una minore complessità rispetto ai grandi istituti, reduci dai consolidamenti degli ultimi anni».

I ritardi sulla tabella di marcia verso Basilea 2, che preoccupano circa il 60% delle banche, dipendono da tre fattori. In primo luogo, i vincoli di bilancio e la scarsità delle risorse. «Due anni fa per un grande gruppo italiano si parlava di 40 o 50 milioni di euro in tutto; oggi nessuno ha messo a budget queste cifre», afferma Gobbo. In secondo luogo, l’attuazione di Basilea 2 è resa complessa dalla mancanza di dati per quantificare le variabili base dei modelli: la probabilità di default di un prestito, la perdita secca in caso di insolvenza e il rischio operativo. Infine, altre difficoltà derivano dall’adeguamento dei sistemi informativi.

Per l’Italia e i Paesi mediterranei, poi, è anche una questione di mentalità. «Nei Paesi anglosassoni – spiega Gobbo -, le logiche imposte da Basilea 2 sono già utilizzate da tempo; il nostro sistema ha un ritardo culturale, ma sta lavorando nella direzione giusta e ci sarà un cambiamento non solo formale, ma anche dei processi di business».

Difficoltà a parte, quasi tutti i dirigenti intervistati ritengono che Basilea 2 creerà maggior valore. Migliorerà il credit rating (73%), la gestione dei rischi operativi (65%) e la qualità dei processi (62%). Ma non solo: per il 50% degli intervistati le banche godranno di una migliore reputazione e potranno diversificare il product pricing.

Ma le banche italiane sapranno cogliere tutti i vantaggi?

Secondo Kpmg, il 60-70% dei grandi gruppi arriverà al 2007 con la versione completa delle procedure imposte da Basilea 2. Molto dipende comunque dalla Banca d’Italia, che sta vagliando lo stato di avanzamento dei progetti. E comunque occorre distinguere tra le varie linee di business. Nel credito alla clientela privata si applicherà diffusamente il modello più sofisticato, con ottimi risparmi sulla copertura patrimoniale. Nel credito alle imprese, Pmi e corporate, ci sono le difficoltà maggiori, mentre un settore di nicchia come lo specialized lending, praticato in Italia solo da tre o quattro grandi gruppi, è già attrezzato con procedure sofisticate.

Le banche italiane, nell’insieme, sono in linea con quelle europee. Con un’avvertenza. «Occorre che tutte le business unit operino in modo collegiale – precisa Gobbo -; la paura delle novità o il timore di perdere potere portano a resistenze che non agevolano il cambiamento».

3 luglio 2004