La marcia di avvicinamento a Basilea 2 è fatta d’investimenti importanti da parte delle banche, revisione dei modelli organizzativi, preoccupazioni della clientela. Tutti, dai banchieri ai bancari agli imprenditori, devono misurarsi con regole nuove, che mettono in discussione modelli consolidati. «Sarà una rivoluzione copernicana», ammette Alberto Agnelotti, direttore centrale pianificazione strategica del gruppo Bpl. E Stefano Monferrà, professore di Economia degli intermediari finanziari all’università di Parma, aggiunge: «L’effetto è positivo perché le banche sono costrette a fare investimenti importanti in settori decisivi come l’information tecnology, i metodi di analisi e valutazione delle aziende clienti, l’organizzazione interna. Senza Basilea 2 sarebbero stati rimandati per anni, anche perché mancano concorrenti esteri con cui fare i conti. Finora si vedono soprattutto i costi dell’operazione ma i ritorni non mancheranno, anche se per arrivare al break even occorre tempo». Davide Alfonsi, responsabile risk management del gruppo Sanpaolo Imi, commenta: «Lo sforzo organizzativo e informatico è notevole», come conferma Fernando Metelli, direttore risk management della Banca popolare di Milano: «Basilea 2 è un manuale di qualità dei servizi bancari. Si sa quanto costa ma non quanto rende. Il rischio è che alla fine una parte degli investimenti non abbia ritorni evidenti». Come si stanno organizzando le banche? Quali sono gli effetti dei vincoli patrimoniali in arrivo sull’offerta di credito? E che cambiamenti determinerà il sistema dei rating sulle condizioni di finanziamento? Effetti significativi si avranno sull’organizzazione interna delle banche, perché si passa dalla trattativa diretta con i singoli clienti per la concessione dei finanziamenti e i loro costi, a meccanismi più o meno automatici basati sui rating. «È la fine di un mondo – dice Agnelotti (Bpl) -. Avverrà gradualmente ma rende indispensabile il cambiamento di mentalità e finirà per pensionare una grande fetta di bancari, quelli che non si adatteranno alla rinuncia della trattativa diretta come parametro unico nella concessione dei fidi».

Disponibilità di risorse. Un secondo fronte è rappresentato dal credito che, secondo i parametri di Basilea 2, le banche potranno offrire alla clientela in rapporto a determinati coefficienti patrimoniali. «Oggi la liquidità non manca – dice Franco Cruciani, direttore di Fedart, la Federazione unitaria dei Confidi artigianato e piccola impresa e direttore finanziario del Cna – il punto saranno costi e condizioni dei prestiti». In effetti le simulazioni effettuate sulla possibilità di fare credito delle banche rispettando le nuove regole danno risultati confortanti. E tra gli istituti interpellati dal Sole 24-Ore la prevalenza dei gruppi che, almeno sulla carta, avranno più risorse disponibili è netta: dalla Banca popolare vicentina (che stima di liberare capitale per un buon 25%) all’Istituto Sanpaolo Imi (+10% circa), dalla Bpl (+10%) al gruppo Bpu (13-15%). La prudenza è maggiore in casa Antonveneta e della Banca popolare di Verona e Novara. «È presto per dirlo perché le verifiche sono in corso», dice Achille Mucci, responsabile risk management del gruppo Antonveneta. Su posizioni analoghe è Marco Franceschini, responsabile sviluppo strategie e pianificazione della Popolare di Verona e Novara: «Tutto lascia prevedere, secondo le simulazioni effettuate e gli studi d’impatto, che libereremo capitali per aumentare i finanziamenti – sostiene – ma non me la sento d’indicare numeri precisi».

Rapporto banca-impresa. Di sicuro il rapporto tra banca e impresa è destinato a cambiare. I riflettori, in particolare, sono accesi sui sistemi di rating che verranno adottati da buona parte del mondo bancario. Lo faranno i gruppi maggiori e anche gli istituti di medie dimensioni, mentre per le banche strettamente locali il discorso cambia. «Non avremo rating interni perché non ne abbiamo bisogno» dice Franco Caleffi, direttore generale di Federcasse, la Federazione italiana delle banche di credito cooperativo. E spiega: «Siamo banche locali con una conoscenza approfondita dei clienti. I rating, almeno per noi, sono estremamente costosi e sproporzionati alle esigenze effettive. Adotteremo, invece, criteri scientifici di valutazione dei rischi di credito che stiamo mettendo a punto d’intesa con Deloitte e che prevedono punteggi finali ad ogni singola azienda. Terranno conto di indicatori di bilancio, andamento del rapporto con la banca, rischiosità del settore di attività e di elementi pregiudiziali come eventuali scoperti. Alla fine il giudizio derivante dalla conoscenza diretta inciderà per un buon 10%». Anche le banche che puntano sui rating, tuttavia, prevedono adeguamenti finali di carattere discrezionale effettuati dai dipendenti a cui è affidata la responsabilità dei finanziamenti. Fa eccezione, per esempio, UniCredit, ma lo confermano Sanpaolo Imi («La facoltà sarà ampia e stiamo mettendo a punto il meccanismo con Banca d’Italia» dice Alfonsi), Banche popolari unite («Un approccio di tipo automatico e troppo meccanico sarebbe inopportuno», osserva Rossella Leidi, responsabile dell’area risk management del gruppo Bpu), Banca nazionale del lavoro («Abbiamo previsto la possibilità di forzare il meccanismo dei rating fino al 20%», dice Euclide Furia, responsabile direzione risk management). Nonostante ciò una delle preoccupazioni più diffuse nel mondo imprenditoriale, soprattutto tra le imprese minori, è che vengano meno i rapporti tradizionali basati sulla conoscenza reciproca. «Stiamo cercando di far capire alla clientela – chiarisce Franceschini (Popolare di Verona e Novara) – che la banca non passerà in mano ai signori dei rating».

Il sistema dei rating. Per tenere sotto controllo l’impatto con il sistema dei rating, alcuni istituti stanno prendendo altre contromisure. In Bnl, per esempio, è prevista una struttura indipendente, che farà capo all’area risk management e dirà l’ultima parola quando i clienti non saranno soddisfatti del trattamento ottenuto. «I rating sono uno strumento per fare business e non per affossarlo – sottolinea Furia (Bnl) -. Quando ci sono discordanze forti occorre andare a verificare quanto sta accadendo. Il modello adottato non va considerato un meccanismo secco e immutabile, ma il prodotto di un processo dinamico». Dovrà essere così perché non è detto che il sistema, nonostante gli investimenti elevati, risulti completamente attendibile. Le difficoltà da superare sono significative. «La raccolta dei dati è una operazione complessa – dice Metelli (Popolare di Milano) – perché viviamo in un Paese in cui non c’è cultura della comunicazione. Ottenere informazioni chiare, veritiere e codificabili è tutt’altro che facile.» Anche perché, soprattutto per certi settori e in certe zone, l’economia in nero rende i bilanci poco corrispondenti ai conti effettivi delle aziende. In proposito Luciano Colombini, condirettore generale della Popolare vicentina, prevede che «i rating porteranno gli imprenditori a fare bilanci più convincenti e più trasparenti, con l’obiettivo di ottenere finanziamenti a condizioni migliori». Per questo, aggiunge Mucci (Antonveneta), Basilea 2 «spingerà i clienti verso una trasparenza maggiore». E le banche a farsi maggior concorrenza. La ragione è semplice. Ogni impresa potrà rivolgersi a più istituti cercando di ottenere rating migliori e, di conseguenza, condizioni di finanziamento meno onerose. Così, sempre secondo Mucci, «si aprirà un fronte nuovo di competizione». E Metelli (Popolare di Milano) conclude con una previsione: «Mi attendo un confronto davvero vivace».

29 settembre 2004